Depressione e il “non lasciar andare”

La depressione è la malattia del “non lasciar andare”

Lasciar andare, non è superficialità è un invito a lasciare che il dolore e la gioia abbiano il loro corso naturale: cerchiamo di trattenere il piacere come se non avessimo più fiducia che potrebbe ripresentarsi e rimuginiamo su un’offesa riattivando le emozioni ad essa connesse, prolungando solo la ferita nel tempo.

Il dolore provocato da un evento negativo – piccolo o grande che sia –  con la depressione, anziché sciogliersi, si solidifica, diventa un tormento e una ruminazione.

E’ importante sapere che questo tormento e questa ruminazione non sono solo una difficoltà, perché offrono una profondità d’animo che può permettere l’accesso alla radice della creatività. Purtroppo quando si vive nel tunnel della depressione si perde il senso delle proporzioni e, soprattutto, il senso dello scorrere della vita, delle cose, delle emozioni. In qualche modo si congela il passato e lo si trasforma in un eterno presente.

Negli approcci psicoterapici classici la depressione è messa in relazione con un lutto primario che si riacutizza in occasione di perdite successive; nella bioenergetica Lowen dice che la depressione è il crollo di un illusione.

Costruiamo delle illusioni perchè sono una promessa di felicità futura o perchè rappresentano un tentativo di negare una realtà dolorosa. Le illusioni nascono da un desiderio compensativo di quello che è stato il tradimento di uno dei nostri diritti di base: essere amato, essere autonomo, essere rispettato..

Attorno a questo diritto negato spesso coinvolgiamo il corpo e strutturiamo un insieme di contrazioni corporee che sono difensive ed espressive di questo desiderio. Quando l’illusione crolla crolliamo anche noi, entrando in depressione. Le illusioni allora ci tengono immobili.

La contrazione corporea nutre una illusione: quella del controllo, grande antagonista del lasciar andare. Quando desideriamo avere precisione tendiamo l’attenzione e tendiamo il corpo e creiamo delle contrazioni. E’ vero abbiamo bisogno di precisione molte volte, ma è necessaria una certa quota di gentilezza perché questa precisione non diventi controllo. Bisognerebbe distinguere tra padronanza e controllo. La padronanza ci permette di sentire che stiamo esprimendo una nostra capacità e che non ne siamo trascinati. Il controllo assume invece il dominio dell’azione e diventa un atto di prepotenza, tanto più prepotente quanto più è nutrito da self control.

La padronanza è una forma dell’espressione di sé e ci porta quindi in quel dominio dell’essere che accompagna la nostra pratica. Il controllo è attività e fare incessante.

Abbandonare questa illusione non è facile perché nasce dalla paura ed ha forme sottili quelle che solo la paura assume.

Forse la tenerezza è davvero il sentimento che scioglie la rigidità del corpo. Perchè c’è una sorta di abbandono in un abbraccio; l’uomo è tale non perché ha il linguaggio ma perché esercita una funzione di conoscenza, con la sfumatura della tenerezza e della gentilezza. Da sola la conoscenza fa paura e isola.

Entrare in dialogo con il controllo è un passo del lasciar andare che si accompagna al conoscere come atto di esperienza che comprende l’abbandono alla mutevolezza e al cambiamento.

Si può usare la metafora del fiume per esprimere la differenza tra fluire e rimanere arroccati nelle proprie posizioni.

La nostra ricerca di sicurezza ci lascia immobili sulla riva mentre la vita vera scorre. Tanto più riusciamo a vincere la paura, tanto più siamo in grado di stare nel flusso, al centro del fiume, e permettiamo che avvenga il cambiamento, che dichiariamo di desiderare ma che, molto spesso, ostacoliamo con le nostre contrazioni, con il nostro controllo. Le difese che costruiamo ci mettono al sicuro – sulla riva – ma ci lasciano anche fuori dal flusso e dalla possibilità di lasciar andare.

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